Neve, mare, roccia e sabbia e vigna da sparo, acciaio, legno, pietra e trebbiano… sono le “tag” in ordine marinettiano di questo pezzo. Pezzo di pezzi di memoria e di futuro, incollati a forza di volontà e amore su questo presente. Gianni Masciarelli ed il suo panama seduti su una panchina, alle spalle il mare, a destra su il Gran Sasso, a destra giù dal terrazzo il Trebbiano, davanti agli occhi la Maiella e prima della Maiella, e lui ed il panama sedutì sopra, un castello diventato relais, una casa per accogliere gli amici, l’ultimo strumento di amore e comunicazione per la sua terra. “Marina ti ho comprato un castello!”… e Madame Cvetic si siede sulla panchina sgangherata, dietro il mare, a destra il gran Sasso, a destra in basso uno spiazzo inerbato e sul suo ruolo disorientato, davanti la Maiella e prima della Maiella, lei seduta sopra… il giardino dall’abbandono sopraffatto del palazzo baronale di Semivicoli, la chiesetta padronale di facciata (che solo la facciata è rimasta in piedi), una teoria di muri cadenti o rabberciati, squarci di pareti annerite dal cuocere il “vin cotto”. Marina si gira, guarda Gianni. “E’ il posto ideale dove fermarsi e fare ordine..’, lo ascolta e lo riconosce, riconosce lo sguardo con cui descriveva come paradisi le vigne più infami ed impervie, conosce l’ostinazione figlia di quell’impasto di orgoglio, amore e ambizione con cui ha costretto quelle vigne infami ed impervie a diventare i paradisi che dovevano essere, “quille di San Martine te lu diavule arrete la schine” … lo guarda. Gianni Masciarelli di San Martino sulla Maruccina, stirpe di “pruvelari” e vignaioli, catechizzatore che ha trascinato in paradiso il vino d’Abruzzo… lo guarda e sa come va a finire. E’ un innamorarsi tutte le volte di quest’uomo per questa terra. Nessun timore, nessun tentennamento.

Il Castello di Semivicoli nasce così, rinasce così. Residenza estiva e da troppo tempo eventuale di famiglia baronale del luogo, emigrata nella capitale in fuga verso la grande città, un giorno incrocia lo sguardo di Gianni Masciarelli e si conquista un nuovo nobiluomo ed un migliore nobile futuro. Ulteriore appunto lasciato alla sua genia sulle “cose da fare”…

Acquistato il 31 maggio del 2004, termina la sua ristrutturazione ed apre al pubblico il 1° giugno 2009. Accucciato sulla collina di Semivicoli, in agro di Casacanditella (e si! L’Abruzzo lo ha scritto Neil Gaiman) il Castello costruito un tempo per dominare il territorio, ora viene ricostruito per comunicarlo, per condensarlo nell’esperienza di un soggiorno, per consentire di viverlo e capirlo ed infine innamorarsene. Viene ricostruito per dare al territorio un po’ di quello che nei secoli gli ha preso, nella convinzione che come nel tempo è vissuto di quelle terre possano ora quelle terre vivere anche di lui. Rinato, al termine di un restauro straordinariamente intelligente, frutto come spesso accade di attenzione maniacale da parte dei “genitori adottivi” per i figli a lungo cercati ed infine scelti, restauro che conserva rigorosamente l’esistente ed allo stesso tempo apre brecce discrete ma possenti attraverso cui il passato ed il futuro, i futuri possibili di questa terra, si incrociano e si toccano. Con una filosofia che è la stessa con cui acro dopo acro si è conquistata la terra d’Abruzzo, per cui il tempo trascorso va rispettato e ancora coltivato, aiutato semmai, per cui ogni singolo sbilenco pezzo di terra ha qualcosa di straordinario da dare.

E coltivato e aiutato il tempo trascorso riprende ritmo… tempo. Il passato pur conservato ricomincia a vivere, a respirare, e ti rimanda il suo odore e s’impregna dei nuovi odori. Ti riempi gli occhi dei suoi colori e ti rimanda bagliori nuovi, annunciatori di un tempo appena iniziato, in assoluta coerenza perché essendo l’inizio del futuro sono anch’essi… passato. La pietra antica intatta anche nel suo non essere intatta, la parete sbrecciata lasciata indenne al restauro perché come nella vigna si tocca solo quello che serve toccare. E le dita percorrono ruvide le pareti nelle stanze “delle segrete” per poi scivolare veloci sul “corian” . Il naso si riempie dell’odore delle mura antiche nelle stanze “della servitù” e del profumo della pelle dei moderni mobili del migliore design italiano.  Gli occhi seguono il ritmo, a volte concitato, della miriade di materiali con cui i pezzi successivi della casa sono stati realizzati, diversi per tempo, diversi per uso, diversi per frequentazione. Niente che non fosse indispensabile togliere è stato tolto. Mattone a vista, parete dipinta, pietra viva, roccia, integra, sbrecciata, pulita, bruciata, coperta di fuligine. E mentre ti giri intorno noti una ripetizione, un ritmo visuale che è stato lasciato al tuo sguardo, rettangoli lisci e asettici di acciaio, sparsi nelle stanze e nei corridoi e su per le scale e negli androni. Tracce, tracce per trovare la via, tracce su tutto questo passato rinato, tracce di tutto il futuro possibile, e catarticamente è sfiorando questo futuro che si illumina il passato.

Tempo e terra, uniti dal vivere ciclici, tempo e terra, uniti dall’essere umanamente abitati, tempo e terra di cui è fatto ed in cui è immerso questo luogo. Alzatevi dalla panchina e seguiteli, tempo e terra. Alle spalle il mare, a destra il trebbiano ora rigoglioso, a sinistra la chiesetta recuperata e in parte riutilizzata. Passate accanto a viti ultracentenarie,  scendete passando innanzi al fuoco per la preparazione del vino cotto, da quelle viti ultracentenarie,  i buchi di scolo che portano alle botti al piano sottostante chiusi ancora con i sugheri del tempo, la parete affumicata ricoperta dei tratti di carboncino per contare il lavoro fatto. Entrate nella hall e affacciatevi sulla cantina, le botti dove finiva il vino cotto intatte, in mezzo alle quali sedersi per riprendere con un bicchiere di vino il rapporto con tempo e terra, in mezzo alle quali spezzare il pane con gli amici, e vino, pane e chiacchiere passeggiare fino al frantoio realizzato da “A. Curti” nel 1868… per vedere l’effetto che fa. Seguite l’acciaio per illuminarvi la via e rientrare nelle vostre camere, per raccontare storie di fantasmi e riposare nelle “segrete” e nella loro luce crepuscolare; per leggere e chiacchierare nelle “stanze della servitù” affacciate su un corridoio dal quale scende, ancora, al piano nobile una scaletta malandrina costruita per animare sere e chiacchiere d’epoca con il suo “saliscendi”. E finite le chiacchiere continuate, fino alla “stanza del granaio”, in cima a tutto. E una volta arrivati li, vi affacciate tutt’intorno… il mare, il trebbiano, il Gran Sasso, la Maiella… ed in basso la panchina da cui siete partiti, da cui tutto è partito, e sopra la panchina… un panama. Gianni Masciarelli è stato qui, Gianni Masciarelli è qui. E scoprite, inondati da tutta quella luce che vi fa vestito che quella è la stanza per amare, ed amare con passione. Il panama si muove… sotto c’è un altro Masciarelli, stirpe di “pruvelari”, “lu diavole arrete la schine”… allevatore di vigna da sparo.