“Ci sono tre cose che vanno assolutamente ricordate delle scarpe: la prima è che devi comprare scarpe di grande qualità, quelle che costano meno durano meno; la seconda è che non devi mai indossarle per due giorni di fila, le scarpe devono riposare, la pelle deve asciugarsi e rilasciare l’umidità raccolta durante la giornata; la terza… compra le tue scarpe di qualità la sera…” Ed a quel punto lo sguardo si fa confuso… “Perchè alla fine della giornata i tuoi piedi sono più grandi che al mattino e se vuoi delle scarpe comode e che non ti stanchino devi farle provare ai tuoi piedi stanchi!”.
C’è una porta in via in Lucina. La porta apre su una stanzetta di 1 metro e mezzo per quattro, sulla destra passi una credenzina a vetri e dopo una quantità di roba, e nel mezzo di una quantità di roba, su una base quadrata di legno scuro una sedia, che assieme all’odore di cuoio rimanda a quelle da scossa. Sulla sinistra, nascosta da un attaccapanni, preceduta dai calendari dell’arma, dopo una cassapanchina cuscinata, prima dell’apertura sulla quinta che nasconde uno stanzino ancora più “ino” ed oscura la silenziosa collaboratrice, uno sgabello. Raccolta sullo sgabello, ad occupare uno spazio impossibile, stivali di cuoio neri con un tacco da 15, guanti di gomma neri che fasciano le lunghe dita, Madame “Cirage” Dallago.
Siamo in uno sbrego evidente del tessuto spazio-temporale, e Madame “Cirage” governa un astronave ad “improbabilità finita” che per un quarto d’ora ci rapisce dalla nostra quotidianità di uomini d’affari, politici di professione, portaborse di vocazione, bancari, sottosegretari, uomini normali ma dalle scarpe eleganti… e ci riporta a tempi che ormai sono dannatamente passati. Fra l’afrore delle creme, l’odore del cuoio e di quello che ha contenuto, il naso acuto degli alcoli, ed il rumore sommesso, soffice, delle spazzole e dello strofinare dei pannetti di tessuto… li seduti, ci concediamo una pausa al nostro andare quotidiano. Che calziamo delle Church d’epoca, o delle Lobb, delle Edward Green o delle Berluti, o una di quelle scarpe da assicuratore o agente immobiliare (perché fatte a mano ci piacciono, ma quanto ad eleganza e stile siamo ancora allo spelling) camminiamo su una buona ragione per venirci a “nascondere” in questo piccolo mondo antico che Rosalina Dallago ha recuperato al gorgo della memoria.
Acquietarsi e resistere:
E mentre Madame “Cirage” ci allenta le stringhe e ci infila le palettine protettive sul collo delle nostre calzature, ci rilassiamo e ci accorgiamo di essere qui per le nostre scarpe ma, in fondo, nemmeno tanto infondo, siamo qui per acquietarci. Ed acquietandoci resistere. Resistenza civile e culturale, perché le nostre scarpe stanno alle strabilianti e strepitanti calzature “made in Asia” come James Brown sta ad un campionatore per karaoke. Perché le nostre scarpe sono tecnologicamente ignoranti e tecnicamente perfette. Perché le nostre scarpe stanno come l’asino al maiale, loro ci portano a spasso da una decina d’anni e le altre… non sono già più quelle dello scorso anno. Perché le nostre scarpe dobbiamo proteggerle dall’acqua, farle riposare, le indossiamo da seduti e le scalziamo da seduti, le altre si infilano da “in piedi” e si sfilano da “in piedi” e ci sta… che si tirino addosso a qualcuno, naturali estensioni del proprio modo di comunicare.
Perché le nostre scarpe vanno spazzolate, nutrite, accudite, accarezzate… e per questo andiamo a cercare le mani di Madame Dallago; e fra una chiacchiera sulle vacanze, sul viaggio di nostro figlio, sulla giornata di lavoro o sul prossimo matrimonio, rimediamo l’illusione di un rapporto umano, ed anche noi, una mano di cirage al nostro umore. Madame Dallago è l’alter ego del nostro barbiere. Potremmo farci la barba da soli la mattina e magari lo si fa, ma quella volta a settimana preferiamo andare ad infilare il viso sotto un panno bollente e farci raschiare la faccia da un monolama da brivido.
E vai di Meltonian:
Possiamo curare le nostre scarpe da soli e lo facciamo, ma la tentazione di sederci sulla Southwick’s Chair di Rosalina ci sopraffà, ed allora l’angolo prima dell’ingresso in via in Lucina, diamo un’occhiata alle scarpe, e sono lucide, e come si fa? Alziamo lo sguardo, il giornalaio è chino sulle ultime consegne, il commesso sta facendo strada nel negozio ad un’attempata signora, la ragazza litiga con la catena del suo motorino, il pizzardone scrive (poi dici che saper leggere e scrivere è un bene…) ma non di noi, beh! Se po’ fa! Un passo, un altro e… perbacco, ci siamo imbrattati le scarpe! Disdetta! Però, che fortuna! C’è Rosalina a due passi…ancora. “Si può?”. “Prego entra pure!”, superi attaccapanni, credenzina, scarpe, borse con le scarpe, cassapanchina cuscinata, sali e ti siedi. Che le scarpe erano a posto dieci metri fa si vede, ma Rosalina viene dal mondo della moda e di cose strane ne ha viste e di pazienza ne ha appreso e quindi: puliamo lo sporco, “laviamo” la scarpa con i suoi alcoli segreti, e vai di Meltonian e di spazzola e di panno, di strofinio e di fruscio. Dal tacco alla punta e poi al tacco ancora. E la scarpa si scurisce e si schiarisce, diventa opaca e torna lucida, e mentre raccontiamo dell’ultimo viaggio guardiamo fuori. Il pizzardone è venuto a scrivere qua davanti, la signora è uscita dal negozio e gli agita contro l’ombrello, la ragazza è ancora in cerca di un palo a cui attaccare il motorino e noi… siamo tornati ieri, “stavo giusto andando in studio…”. “Fatto!”.
Ci alziamo, scendiamo e ci giriamo a salutare… e tocca alzare lo sguardo. Si alza anche lei, Rosalina, il suo metro e settantacinque più i tacchi disegnati da Saudelli, e ti saluta, un misto fra icona fetish ed un fenicottero rosa che si dispiega in volo, e lo stanzino sembra ancora più piccolo.
“Allora, adesso vai in ufficio?” “Mah! Credo che passerò dal barbiere prima… ci vediamo la prossima settimana!”
She shined my shoes and then I knew / That I would spellbound be
Her hair was not the shiniest / Her skin was not like silk / But she had a way of looking / That made me wanna milk / As I sat high above her / Her cleavage I could see / I contemplated both of them / That’s how she spellbound me
She wore black on her clothing / And she wore black on her boots / I wander lost across this earth / I’m just spellbound