Ce l’ho lì davanti, adagiato nel posacenere. Spento da quasi un’ora, lo split dell’aria condizionata sul riciclo da prima di dargli fuoco (una tirata, venti al massimo), ma l’odore è ancora tutto qui. Aspro, intenso… sul lato opposto un “puro”. Partagas P n° 2, novembre 2006, dolce, suave… ancora mi chiedo chi me l’ha fatto fare.
Il cubano era lì ad attendermi da ieri sera, a farsi leggero, ad asciugarsi quel che serve per essere indimenticabile. Lui è spuntato fuori questa mattina, raccogli e sistemi quello che è rimasto in macchina delle ultime settimane di viaggio, tiri fuori le “anillas” dal cigar caddy e lo trovi, ultimo e solo rimasto, che già la faccia sofferta del sopravvissuto ce l’ha di suo, poi così com’è, steso fra gli abiti dismessi di tante prime donne, magro, scuro, ti fa tenerezza. Ed allora te lo tieni affianco per un po’. Scarichi la posta, mandi a fare… “spam” quel quintale di sconti per non far sconti alla tua bella, e ogni tot rimiri il cubano. Pelle liscia, appena maduro, imponente, ma è l’odore dello stortignaccolo che ti sale al naso, puntuto, sottile e già te lo guardi un’altra volta. Toscano “Antica Riserva”, 10 anni di riposo, direttamente dall’apposito romitorio di Roberto Fanticelli, a pensarci bene quasi gli stessi anni dei “maledetti toscani”, ordine religiosamente devoto al sigaro Toscano di cui Roberto e l’Aroldo Marconi sono estensori della regola. Che coincidenza! Non distraiamoci! Guardi sconsolato la folla di mail che devi leggerti ed apri la prima, ma è un attimo, l’occhio corre di nuovo al Partagas che langue in attesa. Lo tocchi ma c’è da aspettare, ancora qualche ora, gran dama, gran classe, ma ha i suoi tempi. L’incontro va programmato, l’atto premeditato. Torni allo schermo ma quell’odore ti ripiglia, acuto e insofferente di mucose e buone maniere, lezzo suadente, lo tasti e lui è pronto, in realtà da sempre e ti vengono in mente altri lezzi, altri afrori.
La storia romanzata racconta di origini accidentali, gente malaccorta e temporali estivi in quel di Firenze, l’intero carico va in malora, lo si butta in Arno? Il Granduca non gradisce, il padrone della manifattura ancor meno, lo si tiene ad asciugare, lui al caldo fermenta e prende a fumare, una puzza che non ti dico, ma ormai è andata, continuiamo e vediamo cosa ne esce fuori. Si fa un sigaro ancor meno che economico e, per risparmiare ancora, niente sottofascia ma solo fascia, che di tabacco buono ne usiamo il men possibile. Lo vendiamo al popolino, e se è miserabile meglio ancora, quindi ci si riempie San Frediano. Storia ufficiale ed agiografia ne raccontano il gran apprezzamento fra la povera gente come motivo del successo commerciale e della sua entrata stabile in produzione, il sigaro “fermentato” unico ed unicamente prodotto e quindi fin da allora Toscano. Nella realtà forse, come storia meno ufficiale ricorda, il quartiere era si il più povero di Firenze, ma era anche quello delle bettole malfamate, ed a frequentarle tanto il popolino quanto i nobili signori e non solo per il vino, che a casa gran dame di gran classe con i loro tempi, ma qui… anch’esse meno vestite, dall’odore forte, lezzo suadente… e sempre pronte, per consumare energie e dimenticarsi d’altro. E fra un afrore e l’altro, quel sigaro fermentato è passato di classe sociale e si è affacciato ad un mercato più ricco. Costume di popolo e d’aristocrazia, prima di censo poi d’educazione. Difficilmente borghese.
“Ho molto fumato contro l’odore del prossimo”
E le mail sono finite, dama e popolana si fronteggiano. L’una giovane, bellissima ed inarrivabile, ti lascia ad attendere e matura i suoi tempi, l’altra esperta, ti aggredisce e con il suo odore ti viene a cercare. Una la devi guardare, l’altra non serve. Ed entra la segretaria, e già di suo si mette male, percorre rumorosamente quei dieci metri fino alla tua scrivania ma il suo ultimo attacco compulsivo in profumeria era già sul tuo tavolo prima che aprisse la porta: “Non vorrete mica fumare il sigaro! Tutta quella puzza!”. Ed è in quel momento che l’inerzia dello scontro è cambiata. Penso a D’Annunzio ed al suo “fumar contro l’odore del prossimo”, ripongo la dama nella sua dimora ed afferro la donnaccia come le si confà. Rotti gli indugi e le scarne vesti, l’annuso a fondo, tasto le forme abbronzate e ci affondo le froge, ed è quando lo zolfanello a fine corsa brilla e lo porto all’estremità del sigaro che incrocio il suo sguardo, gli occhi sbarrati, la smorfia di disgusto… e godo. Le firme di due settimane da raccogliere, ed io sono un tipo scrupoloso, mi toccherà leggere per bene ogni singolo testo prima di apporre la mia pregiata. Non sarà veloce… Ha ragione il Fanticelli quando dice che il sigaro è un prolungatore di piacere, che non si abbina ma assieme ad altre esperienze si esaltano a vicenda.
“Difficile essere italiani, ma ancor più difficile essere toscani” diceva Curzio Malaparte, e questo è certamente vero per il sigaro Toscano. Ti dimentichi il tabacco in cortile e si prende acqua a non finire, è meglio così ma da allora devi bagnarlo tu quel che serve e poi asciugarlo e poi lavorarlo e poi rifementarlo e poi asciugarlo e poi maturarlo. Una cantina in pratica, che in fondo vino e sigaro richiedono le stesse cure, si fan male per simili cose e diventano grandi con simili attenzioni. Parti dal campo e non pianti i semi ma le sue “barbatelle”; fai la cimatura a tutte le piante per impedire che crescano troppo, in sostanza meno foglie come meno grappoli perché siano migliori; poi prendi solo la “cimarola” e la “mediana” e butti la “branciola” perché sta troppo in basso ed è buona per far carta. Raccogli le foglie a mano, che altrimenti non si può fare, e le metti in “cura” già separate per utilizzo finale. Aspetti che si ingialliscano e poi dai fuoco, e per 3-4, anche 5 giorni sei li a regolare la fiamma, di quercia e poco altro, ed il ricambio d’aria. Quando arrivano in manifattura scostoli la cimarola per farne fascia e metti a bagno, per quel tempo breve che serve a farle prendere acqua, le foglie da ripieno. Quindi le fermenti, e fermentandole le rivolti per non farle prendere muffa e per favorire microbi, enzimi e quello che c’è. Poi le “imbottigli” nelle loro belle fasce e le tieni qualche giorno a perdere peso ed umidità. Quindi le controlla il “mastro cantiniere” (che gli addicted chiamano sommelier), e le vesti, queste belle foglie arrotolate, fascetta d’ordinanza e cellophane nemmeno chiuso bene così ci passa l’aria, e le metti in cantina a maturare dai 4 ai 12 mesi a seconda del fumo che ci vuoi fare. E sempre come il vino le tratti quando escono dalla manifattura, perché anche questa creatura con il tempo migliora, si fa esperta, arrotonda gli spigoli, ma non perde il carattere, anzi lo definisce.
Bacco, tabacco e…venere, quelle di San Frediano e quella del Botticelli sulla fascetta del mio “Antica Riserva”. Venere cortese e gentile, soprattutto paziente questa toscana, che riaccendo adesso dopo qualche ora e mi accoglie odorosa nel suo abbraccio fumoso con l’entusiasmo della prima volta. Ne son passate attenzioni ed incontri dal nostro primo ardere, ma ti accoglie allegra e disponibile, affatto gelosa, anzi quando riaccendi la fiamma sfrigola e sfriccica ed un po’ è vezzo un po’ allegria e festa di averti ritrovato. Altra razza quella altera e gelosa cubana, se la lasci qualche minuto di troppo ti risponde sgradevole e cattiva, pretende fedeltà assoluta e dedizione costante. Il toscano è sigaro da condividere e quindi socievole per definizione. Socievole con quell’odore? Osservazione scontata! Ma non necessariamente corretta, superficiale direi invece. Perché esser socievoli non vuol dire essere disponibili con chiunque, e l’odore intenso e anche un po’ luciferino seleziona più che discriminare. Serve a riconoscersi ed a ritrovarsi. Mi trovo di nuovo d’accordo con un “maledetto toscano”: il Toscano, il sigaro, è in fondo un moderno caminetto attorno al quale ci si raccoglie, amici anche se non ci si conosce bene, perché chi lo fuma non può essere una cattiva persona.
Riparte, quasi intatto, l’afrore primitivo. E’ tardi e sono rimasto solo in ufficio come sempre, nessuno a condividere questo olezzo, i “maledetti” sono altrove. Mi ricordo di una scritta nella metropolitana di New York (ma non solo) “I was Here”… “sono stato qui”, un urlo bidimensionale per attraversare lo spazio-tempo, briciola di Pollicino, traccia di un passaggio. Ed allora apro tutte le porte dell’ufficio e do fuoco al cuore generoso di questo toscano ed assieme spargiamo di noi l’odore ed il ricordo. Ricordo intenso, aggressivo, violento anche…puzza, bene! Ma la mia puzza, che in fondo la vita se è vera puzza, se la vivi puzza, altrimenti eri altrove e qualcun altro te l’ha vissuta… ed hai voglia a dar di bianco per cancellarmi.