Neve, mare, roccia e sabbia e vigna da sparo, acciaio, legno, pietra e trebbiano… sono le “tag” in ordine marinettiano di questo pezzo. Pezzo di pezzi di memoria e di futuro, incollati a forza di volontà e amore su questo presente. Gianni Masciarelli ed il suo panama seduti su una panchina, alle spalle il mare, a destra su il Gran Sasso, a destra giù dal terrazzo il Trebbiano, davanti agli occhi la Maiella e prima della Maiella, e lui ed il panama sedutì sopra, un castello diventato relais, una casa per accogliere gli amici, l’ultimo strumento di amore e comunicazione per la sua terra. “Marina ti ho comprato un castello!”… e Madame Cvetic si siede sulla panchina sgangherata, dietro il mare, a destra il gran Sasso, a destra in basso uno spiazzo inerbato e sul suo ruolo disorientato, davanti la Maiella e prima della Maiella, lei seduta sopra… il giardino dall’abbandono sopraffatto del palazzo baronale di Semivicoli, la chiesetta padronale di facciata (che solo la facciata è rimasta in piedi), una teoria di muri cadenti o rabberciati, squarci di pareti annerite dal cuocere il “vin cotto”. Marina si gira, guarda Gianni. “E’ il posto ideale dove fermarsi e fare ordine..’, lo ascolta e lo riconosce, riconosce lo sguardo con cui descriveva come paradisi le vigne più infami ed impervie, conosce l’ostinazione figlia di quell’impasto di orgoglio, amore e ambizione con cui ha costretto quelle vigne infami ed impervie a diventare i paradisi che dovevano essere, “quille di San Martine te lu diavule arrete la schine” … lo guarda. Gianni Masciarelli di San Martino sulla Maruccina, stirpe di “pruvelari” e vignaioli, catechizzatore che ha trascinato in paradiso il vino d’Abruzzo… lo guarda e sa come va a finire. E’ un innamorarsi tutte le volte di quest’uomo per questa terra. Nessun timore, nessun tentennamento.

Il Castello di Semivicoli nasce così, rinasce così. Residenza estiva e da troppo tempo eventuale di famiglia baronale del luogo, emigrata nella capitale in fuga verso la grande città, un giorno incrocia lo sguardo di Gianni Masciarelli e si conquista un nuovo nobiluomo ed un migliore nobile futuro. Ulteriore appunto lasciato alla sua genia sulle “cose da fare”…

Acquistato il 31 maggio del 2004, termina la sua ristrutturazione ed apre al pubblico il 1° giugno 2009. Accucciato sulla collina di Semivicoli, in agro di Casacanditella (e si! L’Abruzzo lo ha scritto Neil Gaiman) il Castello costruito un tempo per dominare il territorio, ora viene ricostruito per comunicarlo, per condensarlo nell’esperienza di un soggiorno, per consentire di viverlo e capirlo ed infine innamorarsene. Viene ricostruito per dare al territorio un po’ di quello che nei secoli gli ha preso, nella convinzione che come nel tempo è vissuto di quelle terre possano ora quelle terre vivere anche di lui. Rinato, al termine di un restauro straordinariamente intelligente, frutto come spesso accade di attenzione maniacale da parte dei “genitori adottivi” per i figli a lungo cercati ed infine scelti, restauro che conserva rigorosamente l’esistente ed allo stesso tempo apre brecce discrete ma possenti attraverso cui il passato ed il futuro, i futuri possibili di questa terra, si incrociano e si toccano. Con una filosofia che è la stessa con cui acro dopo acro si è conquistata la terra d’Abruzzo, per cui il tempo trascorso va rispettato e ancora coltivato, aiutato semmai, per cui ogni singolo sbilenco pezzo di terra ha qualcosa di straordinario da dare.

E coltivato e aiutato il tempo trascorso riprende ritmo… tempo. Il passato pur conservato ricomincia a vivere, a respirare, e ti rimanda il suo odore e s’impregna dei nuovi odori. Ti riempi gli occhi dei suoi colori e ti rimanda bagliori nuovi, annunciatori di un tempo appena iniziato, in assoluta coerenza perché essendo l’inizio del futuro sono anch’essi… passato. La pietra antica intatta anche nel suo non essere intatta, la parete sbrecciata lasciata indenne al restauro perché come nella vigna si tocca solo quello che serve toccare. E le dita percorrono ruvide le pareti nelle stanze “delle segrete” per poi scivolare veloci sul “corian” . Il naso si riempie dell’odore delle mura antiche nelle stanze “della servitù” e del profumo della pelle dei moderni mobili del migliore design italiano.  Gli occhi seguono il ritmo, a volte concitato, della miriade di materiali con cui i pezzi successivi della casa sono stati realizzati, diversi per tempo, diversi per uso, diversi per frequentazione. Niente che non fosse indispensabile togliere è stato tolto. Mattone a vista, parete dipinta, pietra viva, roccia, integra, sbrecciata, pulita, bruciata, coperta di fuligine. E mentre ti giri intorno noti una ripetizione, un ritmo visuale che è stato lasciato al tuo sguardo, rettangoli lisci e asettici di acciaio, sparsi nelle stanze e nei corridoi e su per le scale e negli androni. Tracce, tracce per trovare la via, tracce su tutto questo passato rinato, tracce di tutto il futuro possibile, e catarticamente è sfiorando questo futuro che si illumina il passato.

Tempo e terra, uniti dal vivere ciclici, tempo e terra, uniti dall’essere umanamente abitati, tempo e terra di cui è fatto ed in cui è immerso questo luogo. Alzatevi dalla panchina e seguiteli, tempo e terra. Alle spalle il mare, a destra il trebbiano ora rigoglioso, a sinistra la chiesetta recuperata e in parte riutilizzata. Passate accanto a viti ultracentenarie,  scendete passando innanzi al fuoco per la preparazione del vino cotto, da quelle viti ultracentenarie,  i buchi di scolo che portano alle botti al piano sottostante chiusi ancora con i sugheri del tempo, la parete affumicata ricoperta dei tratti di carboncino per contare il lavoro fatto. Entrate nella hall e affacciatevi sulla cantina, le botti dove finiva il vino cotto intatte, in mezzo alle quali sedersi per riprendere con un bicchiere di vino il rapporto con tempo e terra, in mezzo alle quali spezzare il pane con gli amici, e vino, pane e chiacchiere passeggiare fino al frantoio realizzato da “A. Curti” nel 1868… per vedere l’effetto che fa. Seguite l’acciaio per illuminarvi la via e rientrare nelle vostre camere, per raccontare storie di fantasmi e riposare nelle “segrete” e nella loro luce crepuscolare; per leggere e chiacchierare nelle “stanze della servitù” affacciate su un corridoio dal quale scende, ancora, al piano nobile una scaletta malandrina costruita per animare sere e chiacchiere d’epoca con il suo “saliscendi”. E finite le chiacchiere continuate, fino alla “stanza del granaio”, in cima a tutto. E una volta arrivati li, vi affacciate tutt’intorno… il mare, il trebbiano, il Gran Sasso, la Maiella… ed in basso la panchina da cui siete partiti, da cui tutto è partito, e sopra la panchina… un panama. Gianni Masciarelli è stato qui, Gianni Masciarelli è qui. E scoprite, inondati da tutta quella luce che vi fa vestito che quella è la stanza per amare, ed amare con passione. Il panama si muove… sotto c’è un altro Masciarelli, stirpe di “pruvelari”, “lu diavole arrete la schine”… allevatore di vigna da sparo.

Dovete percorrere un bel po’ di strada, su per le colline irpine, addentrandovi nel cuore di questo territorio a straordinaria vocazione enologica e non solo. Scollinare e risalire, “guadare” e giravoltare, e guadagnarvi così momenti di piacevole relax, affacciati su valli con tanto passato da aver visto gli eserciti “elefantiaci” di Pirro consegnati alla storia ed all’oblio dalle legioni romane. Superate il Calore quindi, sfiorate Taurasi, e giungete all’ultima creazione di questa antica famiglia dell’enologia italiana, ancor più che campana, al suo ultimo tratto di storia. Una storia che muove i sui primi passi nel ‘700 con l’attività di tale Berardino, “mastro” riconosciuto nel fare il vino, tanto da diventare eponimo familiare. Una storia che attraversa gli ultimi tre secoli del nostro paese, fra gli alti e bassi consueti di una intrapresa così lunga, e date simbolo come quella del 1878, riportata nei marchi aziendali, che fa riferimento all’anno in cui viene chiesta ed ottenuta la licenza per la produzione e la vendita del vino, licenza che accompagna e certifica l’inizio delle attività di esportazione all’estero dei vini della Mastroberardino. Una storia con momenti anche tragici, e per questo se superati importanti e caratterizzanti, come la guerra mondiale e la cantina distrutta, il terremoto dell’80 e la cantina distrutta ancora una volta, come l’epidemia di filossera di inizio ‘900 che stermina le viti campane autoctone, e l’attività di ricerca e reimpianto fatta dal Cavalier Antonio (attuale presidente onorario dell’azienda di famiglia) dei vigneti superstiti ed immuni nei campi di nocciole dei propri amici, per reimpiantare e ricostruire una produzione di vitigni autoctoni e recuperare le proprie radici. Non a caso il vino simbolo si chiama appunto Radici, e ancora Radici si chiama l’ultima creatura dei Mastroberardino: il Radici Resort, wine resort per essere precisi, wine&golf resort… per essere dettagliati.

Nella tenuta di Mirabella Eclano, la più estesa dell’azienda campana con i suoi 60 ettari, la Mastroberardino  ha aperto al pubblico degli appassionati e dei gourmet, italiani ma soprattutto stranieri, un luogo di relax e di convivialità che rimanda intatto il carattere distintivo della storia enoica di questa stirpe arrivata ormai alla decima generazione. Storia imprenditoriale e commerciale con una forte memoria contadina, che ha letto ed interpretato i tempi con la pazienza e la prudenza di chi conosce ed ama la propria terra e sa come trarne il meglio con costanza, più che con la verve di chi conosce i meccanismi della comunicazione, arrivando ad essere presente oggi sui mercati di 60 paesi nel mondo, nei quali porta il gusto del buono, il valore della propria storia, la cultura della tradizione vitivinicola campana ed italiana. Luoghi curati, quindi, ma sobri; gli spazi funzionali a farvi godere la vostra vacanza, senza rinunciare ad essere connessi con il resto del mondo, grazie alla copertura wifi in tutti gli ambienti; luoghi studiati per farvi vivere al meglio l’incantevole panorama delle vigne, che si stendono dovunque intorno alle strutture del resort, e per farvi apprezzare i ritmi che sono più propri della campagna. Vi affacciate da ognuna delle otto stanze su distese di vigneti che rimandano a panorami ben più nordici, fino a quando il vostro occhio non scorre verso il tronco delle viti e giù fino al caratteristico terreno argilloso-calcareo ed al suo colore, così padrone di questi spazi irpini, fra l’Ufita la Baronia ed il Beneventano.

E vi cercate il vostro di spazio; lo spazio per guadagnarvi momenti di libera “inefficienza” da investire nel miglior tempo con i vostri cari o con i vostri amici, godendovi le chiacchiere a bordo piscina, i trattamenti della beauty farm, le visite alle cantine di Atripalda interamente affrescate, le degustazioni guidate dei vini della Mastroberardino, soprattutto le straordinarie verticali che la cantina irpina vi consente di gustare, tornando indietro nel tempo ad anni che sono oltre la vostra memoria terrena.  Oppure accettando, guasconi, la sfida sul par 62 del doppio giro del suggestivo campo del Mirabella Golf Club. In cerca del “birdie” vincente, fra le vigne di Taurasi e di Fiano, di Falanghina e Piedirosso, gli oliveti di Ravece ed Ogliarola, evocate, in questo luogo di magia contadina, il Francis Ouimet che si nasconde nella vostra passione amatoriale, e mentre, ultimi a colpire, lasciate girare il vostro “putter”, decidete lì, sull’ultimo “green”, chi sarà l’ospite alla diciannovesima buca.

Al “tee” della diciannovesima buca ci trovate Francesco Spagnuolo, che ha accettato di lasciare le cucine di uno dei più interessanti ristoranti irpini (la Locanda di Bu dello chef Antonio Pisaniello), per venire a condurre le cucine del “Morabianca”, il ristorante gourmet del Radici Resort, Morabianca come la Falanghina di casa Mastroberardino, per non dimenticarsi che tutto dal vino nasce, questa storia e questo progetto. La cucina di Spagnuolo è ovviamente in linea con lo spirito della maison irpina: tradizione, sobrietà e quel tanto di tecnica e tecnologia che serve a far meglio esprimere il territorio irpino ed i suoi straordinari prodotti. Ecco quindi che Spagnuolo apre con un “driver” dallo swing bello ampio con la sua “Polenta di castagne, lepre in umido al Fiano e tartufo nero”, il “ferro 9” con cui attacca il green sono i “Paccheri al ragout di cinghiale”, “chipping” verso la buca con “l’Agnello in padella all’aceto balsamico e rosmarino” ed infine la “Millefoglie con crema alle nocciole”, “putter” magico per una diciannovesima buca perfetta. Questo, almeno, il percorso con cui ci ha sedotto, pescando da una sacca che gli consente ancora altri colpi di pregio per sedurre gli ospiti del resort, i gourmet di passaggio ed i membri del Mirabella Golf Club. Altra scommessa, questa del golf club che snoda il suo percorso fra i vigneti di Mirabela Eclano, voluta dal Prof. Pietro Mastroberardino, attuale presidente dell’azienda di Atripalda, Ordinario di Organizzazione Aziendale, ma soprattutto irpino appassionato e golfista appassionato. Ad oggi il Mirabella Golf Club conta già 50 soci, per i quali mette a disposizione un campo 9 buche par 31 da 1.800mt omologato dalla Federazione Italiana, maestri federali, un pro shop sempre più attrezzato, ed organizza il “Mirabella Golf Club in the World Tournament”, portando i suoi affiliati a swingare sui campi più belli del mondo. Insomma, in un tratto d’Italia storicamente di passaggio, del quale i nomi ed i luoghi si ricordano soprattutto per averli letti su un cartello stradale, la Mastroberardino ha creato un luogo in cui venire e ritornare, con immutato piacere.

“Ci sono tre cose che vanno assolutamente ricordate delle scarpe: la prima è che devi comprare scarpe di grande qualità, quelle che costano meno durano meno; la seconda è che non devi mai indossarle per due giorni di fila, le scarpe devono riposare, la pelle deve asciugarsi e rilasciare l’umidità raccolta durante la giornata; la terza… compra le tue scarpe di qualità la sera…” Ed a quel punto lo sguardo si fa confuso… “Perchè alla fine della giornata i tuoi piedi sono più grandi che al mattino e se vuoi delle scarpe comode  e che non ti stanchino devi farle provare ai tuoi piedi stanchi!”.
C’è una porta in via in Lucina. La porta apre su una stanzetta di 1 metro e mezzo per quattro, sulla destra passi una credenzina a vetri e dopo una quantità di roba, e  nel mezzo di una quantità di roba, su una base quadrata di legno scuro una sedia, che assieme all’odore di cuoio rimanda a quelle da scossa. Sulla sinistra, nascosta da un attaccapanni, preceduta dai calendari dell’arma, dopo una cassapanchina cuscinata, prima dell’apertura sulla quinta che nasconde uno stanzino ancora più “ino” ed oscura la silenziosa collaboratrice, uno sgabello. Raccolta sullo sgabello, ad occupare uno spazio impossibile, stivali di cuoio neri con un tacco da 15, guanti di gomma neri che fasciano le lunghe dita, Madame “Cirage” Dallago.
Siamo in uno sbrego evidente del tessuto spazio-temporale, e Madame “Cirage” governa un astronave ad “improbabilità finita” che per un quarto d’ora ci rapisce dalla nostra quotidianità di uomini d’affari, politici di professione, portaborse di vocazione, bancari, sottosegretari, uomini normali ma dalle scarpe eleganti… e ci riporta a tempi che ormai sono dannatamente passati. Fra l’afrore delle creme, l’odore del cuoio e di quello che ha contenuto, il naso acuto degli alcoli, ed il rumore sommesso, soffice, delle spazzole e dello strofinare dei pannetti di tessuto… li seduti, ci concediamo una pausa al nostro andare quotidiano. Che calziamo delle Church d’epoca, o delle Lobb, delle Edward Green o delle Berluti, o una di quelle scarpe da assicuratore o agente immobiliare (perché fatte a mano ci piacciono, ma quanto ad eleganza e stile siamo ancora allo spelling) camminiamo su una buona ragione per venirci a “nascondere” in questo piccolo mondo antico che Rosalina Dallago ha recuperato al gorgo della memoria.

Acquietarsi e resistere:

E mentre Madame “Cirage” ci allenta le stringhe e ci infila le palettine protettive sul collo delle nostre calzature, ci rilassiamo  e ci accorgiamo di essere qui per le nostre scarpe ma, in fondo, nemmeno tanto infondo, siamo qui per acquietarci. Ed acquietandoci resistere. Resistenza civile e culturale, perché le nostre scarpe stanno alle strabilianti  e strepitanti calzature “made in Asia” come James Brown sta ad un campionatore per karaoke. Perché le nostre scarpe sono tecnologicamente ignoranti e tecnicamente perfette. Perché le nostre scarpe stanno come l’asino al maiale, loro ci portano a spasso da una decina d’anni e le altre… non sono già più quelle dello scorso anno. Perché le nostre scarpe dobbiamo proteggerle dall’acqua, farle riposare, le indossiamo da seduti e le scalziamo da seduti, le altre si infilano da “in piedi” e si sfilano da “in piedi” e ci sta… che si tirino addosso a qualcuno, naturali estensioni del proprio modo di comunicare.
Perché le nostre scarpe vanno spazzolate, nutrite, accudite, accarezzate… e per questo andiamo a cercare le mani di Madame Dallago; e fra una chiacchiera sulle vacanze, sul viaggio di nostro figlio, sulla giornata di lavoro o sul prossimo matrimonio, rimediamo l’illusione di un rapporto umano, ed anche noi, una mano di cirage al nostro umore. Madame Dallago è l’alter ego del nostro barbiere. Potremmo farci la barba da soli la mattina e magari lo si fa, ma quella volta a settimana preferiamo andare ad infilare il viso sotto un panno bollente e farci raschiare la faccia da un monolama da brivido.

E vai di Meltonian:

Possiamo curare le nostre scarpe da soli e lo facciamo, ma la tentazione di sederci sulla Southwick’s Chair di Rosalina ci sopraffà, ed allora l’angolo prima dell’ingresso in via in Lucina, diamo un’occhiata alle scarpe, e sono lucide, e come si fa? Alziamo lo sguardo, il giornalaio è chino sulle ultime consegne, il commesso sta facendo strada nel negozio ad un’attempata signora, la ragazza litiga con la catena del suo motorino, il pizzardone scrive (poi dici che saper leggere e scrivere è un bene…) ma non di noi, beh! Se po’ fa! Un passo, un altro e… perbacco, ci siamo imbrattati le scarpe! Disdetta! Però, che fortuna! C’è Rosalina a due passi…ancora. “Si può?”. “Prego entra pure!”, superi attaccapanni, credenzina, scarpe, borse con le scarpe, cassapanchina cuscinata, sali e ti siedi. Che le scarpe erano a posto dieci metri fa si vede, ma Rosalina viene dal mondo della moda e di cose strane ne ha viste e di pazienza ne ha appreso e quindi: puliamo lo sporco, “laviamo” la scarpa con i suoi alcoli segreti, e vai di Meltonian e di spazzola e di panno, di strofinio e di fruscio. Dal tacco alla punta e poi al tacco ancora. E la scarpa si scurisce e si schiarisce, diventa opaca e torna lucida, e mentre raccontiamo dell’ultimo viaggio guardiamo fuori. Il pizzardone è venuto a scrivere qua davanti, la signora è uscita dal negozio e gli agita contro l’ombrello, la ragazza è ancora in cerca di un palo a cui attaccare il motorino e noi… siamo tornati ieri, “stavo giusto andando in studio…”. “Fatto!”.
Ci alziamo, scendiamo e ci giriamo a salutare… e tocca alzare lo sguardo. Si alza anche lei, Rosalina, il suo metro e settantacinque più i tacchi disegnati da Saudelli, e ti saluta, un misto fra icona fetish ed un fenicottero rosa che si dispiega in volo, e lo stanzino sembra ancora più piccolo.
“Allora, adesso vai in ufficio?” “Mah! Credo che passerò dal barbiere prima… ci vediamo la prossima settimana!”

She shined my shoes and then I knew / That I would spellbound be
Her hair was not the shiniest / Her skin was not like silk / But she had a way of looking / That made me wanna milk / As I sat high above her / Her cleavage I could see / I contemplated both of them / That’s how she spellbound me
She wore black on her clothing / And she wore black on her boots / I wander lost across this earth / I’m just spellbound

Ce l’ho lì davanti, adagiato nel posacenere. Spento da quasi un’ora, lo split dell’aria condizionata sul riciclo da prima di dargli fuoco (una tirata, venti al massimo), ma l’odore è ancora tutto qui. Aspro, intenso… sul lato opposto un “puro”. Partagas  P n° 2, novembre 2006, dolce, suave… ancora mi chiedo chi me l’ha fatto fare.
Il cubano era lì ad attendermi da ieri sera, a farsi leggero, ad asciugarsi quel che serve per essere indimenticabile. Lui è spuntato fuori questa mattina, raccogli e sistemi quello che è rimasto in macchina delle ultime settimane di viaggio, tiri fuori le “anillas” dal cigar caddy e lo trovi, ultimo e solo rimasto, che già la faccia sofferta del sopravvissuto ce l’ha di suo, poi così com’è, steso fra gli abiti dismessi di tante prime donne, magro, scuro, ti fa tenerezza. Ed allora te lo tieni affianco per un po’. Scarichi la posta, mandi a fare… “spam” quel quintale di sconti per non far sconti alla tua bella, e ogni tot rimiri il cubano. Pelle liscia, appena maduro, imponente, ma è l’odore dello stortignaccolo che ti sale al naso, puntuto, sottile e già te lo guardi un’altra volta. Toscano “Antica Riserva”, 10 anni di riposo, direttamente dall’apposito romitorio di Roberto Fanticelli, a pensarci bene quasi gli stessi anni dei “maledetti toscani”, ordine religiosamente devoto al sigaro Toscano di cui Roberto e l’Aroldo Marconi sono estensori della regola. Che coincidenza! Non distraiamoci! Guardi sconsolato la folla di mail che devi leggerti ed apri la prima, ma è un attimo, l’occhio corre di nuovo al Partagas che langue in attesa. Lo tocchi ma c’è da aspettare, ancora qualche ora, gran dama, gran classe, ma ha i suoi tempi. L’incontro va programmato, l’atto premeditato.  Torni allo schermo ma quell’odore ti ripiglia, acuto e insofferente di mucose e buone maniere, lezzo suadente, lo tasti e lui è pronto, in realtà da sempre e ti vengono in mente altri lezzi, altri afrori.
La storia romanzata racconta di origini accidentali, gente malaccorta e temporali estivi in quel di Firenze, l’intero carico va in malora, lo si butta in Arno? Il Granduca non gradisce, il padrone della manifattura ancor meno, lo si tiene ad asciugare, lui al caldo fermenta e prende a fumare, una puzza che non ti dico, ma ormai è andata, continuiamo e vediamo cosa ne esce fuori. Si fa un sigaro ancor meno che economico e, per risparmiare ancora, niente sottofascia ma solo fascia, che di tabacco buono ne usiamo il men possibile. Lo vendiamo al popolino, e se è miserabile meglio ancora, quindi ci si riempie San Frediano. Storia ufficiale ed agiografia ne raccontano il gran apprezzamento fra la povera gente come motivo del successo commerciale e della sua entrata stabile in produzione, il sigaro “fermentato” unico ed unicamente prodotto e quindi fin da allora Toscano. Nella realtà forse, come storia meno ufficiale ricorda, il quartiere era si il più povero di Firenze, ma era anche quello delle bettole malfamate, ed a frequentarle tanto il popolino quanto i nobili signori e non solo per il vino, che a casa gran dame di gran classe con i loro tempi, ma qui… anch’esse meno vestite, dall’odore forte, lezzo suadente… e sempre pronte, per consumare energie e dimenticarsi d’altro. E fra un afrore e l’altro, quel sigaro fermentato è passato di classe sociale e si è affacciato ad un mercato più ricco. Costume di popolo e d’aristocrazia, prima di censo poi d’educazione. Difficilmente borghese.

“Ho molto fumato contro l’odore del prossimo”
E le mail sono finite, dama e popolana si fronteggiano. L’una giovane, bellissima ed inarrivabile, ti lascia ad attendere e matura i suoi tempi, l’altra esperta, ti aggredisce e con il suo odore ti viene a cercare. Una la devi guardare, l’altra non serve. Ed entra la segretaria, e già di suo si mette male, percorre rumorosamente quei dieci metri fino alla tua scrivania ma il suo ultimo attacco compulsivo in profumeria era già sul tuo tavolo prima che aprisse la porta: “Non vorrete mica fumare il sigaro! Tutta quella puzza!”.  Ed è in quel momento che l’inerzia dello scontro è cambiata. Penso a D’Annunzio ed al suo “fumar contro l’odore del prossimo”, ripongo la dama nella sua dimora ed afferro la donnaccia come le si confà. Rotti gli indugi e le scarne vesti, l’annuso a fondo, tasto le forme abbronzate e ci affondo le froge, ed è quando lo zolfanello a fine corsa brilla e lo porto all’estremità del sigaro che incrocio il suo sguardo, gli occhi sbarrati, la smorfia di disgusto… e godo. Le firme di due settimane da raccogliere, ed io sono un tipo scrupoloso, mi toccherà leggere per bene ogni singolo testo prima di apporre la mia pregiata. Non sarà veloce…  Ha ragione il Fanticelli quando dice che il sigaro è un prolungatore di piacere, che non si abbina ma assieme ad altre  esperienze si esaltano a vicenda.
“Difficile essere italiani, ma ancor più difficile essere toscani” diceva Curzio Malaparte, e questo è certamente vero per il sigaro Toscano. Ti dimentichi il tabacco in cortile e si prende acqua a non finire, è meglio così ma da allora devi bagnarlo tu quel che serve e poi asciugarlo e poi lavorarlo e poi rifementarlo e poi asciugarlo e poi maturarlo. Una cantina in pratica, che in fondo vino e sigaro richiedono le stesse cure, si fan male per simili  cose e diventano grandi con simili attenzioni. Parti dal campo e non pianti i semi ma le sue “barbatelle”;  fai la cimatura a tutte le piante per impedire che crescano troppo, in sostanza meno foglie come meno grappoli perché siano migliori; poi prendi solo la “cimarola” e la “mediana” e butti la “branciola” perché sta troppo in basso ed è buona per far carta. Raccogli le foglie a mano, che altrimenti non si può fare, e le metti in “cura” già separate per utilizzo finale. Aspetti che si ingialliscano e poi dai fuoco, e per 3-4, anche 5 giorni sei li a regolare la fiamma, di quercia e poco altro, ed il ricambio d’aria.  Quando arrivano in manifattura scostoli la cimarola per farne fascia e metti a bagno, per quel tempo breve che serve a farle prendere acqua, le foglie da ripieno. Quindi le fermenti, e fermentandole le rivolti per non farle prendere muffa e per favorire microbi, enzimi e quello che c’è. Poi le “imbottigli” nelle loro belle fasce e le tieni qualche giorno a perdere peso ed umidità. Quindi le controlla il “mastro cantiniere” (che gli addicted chiamano sommelier), e le vesti, queste belle foglie arrotolate, fascetta d’ordinanza e cellophane nemmeno chiuso bene così ci passa l’aria, e le metti in cantina a maturare dai 4 ai 12 mesi a seconda del fumo che ci vuoi fare. E sempre come il vino le tratti quando escono dalla manifattura, perché anche questa creatura con il tempo migliora, si fa esperta, arrotonda gli spigoli, ma non perde il carattere, anzi lo definisce.
Bacco, tabacco e…venere, quelle di San Frediano e quella del Botticelli sulla fascetta del mio “Antica Riserva”. Venere cortese e gentile, soprattutto paziente questa toscana, che riaccendo adesso dopo qualche ora e mi accoglie odorosa nel suo abbraccio fumoso con l’entusiasmo della prima volta. Ne son passate attenzioni ed incontri dal nostro primo ardere, ma ti accoglie allegra e disponibile, affatto gelosa, anzi quando riaccendi la fiamma sfrigola e sfriccica ed un po’ è vezzo un po’ allegria e festa di averti ritrovato.  Altra razza quella altera e gelosa cubana, se la lasci qualche minuto di troppo ti risponde sgradevole e cattiva, pretende fedeltà assoluta e dedizione costante. Il toscano è sigaro da condividere e quindi socievole per definizione. Socievole con quell’odore? Osservazione scontata! Ma non necessariamente corretta, superficiale direi invece. Perché esser socievoli non vuol dire essere disponibili con chiunque, e l’odore intenso e anche un po’ luciferino seleziona più che discriminare. Serve a riconoscersi ed a ritrovarsi. Mi trovo di nuovo d’accordo con un “maledetto toscano”: il Toscano, il sigaro, è in fondo un moderno caminetto attorno al quale ci si raccoglie, amici anche se non ci si conosce bene, perché chi lo fuma non può essere una cattiva persona.
Riparte, quasi intatto, l’afrore primitivo. E’ tardi e sono rimasto solo in ufficio come sempre, nessuno a condividere questo olezzo, i “maledetti” sono altrove. Mi ricordo di una scritta nella metropolitana di New York (ma non solo) “I was Here”… “sono stato qui”, un urlo bidimensionale per attraversare lo spazio-tempo, briciola di Pollicino, traccia di un passaggio. Ed allora apro tutte le porte dell’ufficio e do fuoco al cuore generoso di questo toscano ed assieme spargiamo di noi l’odore ed il ricordo. Ricordo intenso, aggressivo, violento anche…puzza, bene! Ma la mia puzza, che in fondo la vita se è vera puzza, se la vivi puzza, altrimenti eri altrove e qualcun altro te l’ha vissuta… ed hai voglia a dar di bianco per cancellarmi.

Corrado Fasolato ha trovato palcoscenico adeguato al suo stile ed alla sua cucina al “Metropole” di Venezia, antica ed ospitale casa di cui cura tutto il food&beverage, oltre ad esibirsi, per gli appassionati della sua cucina, all’interno del MET.

Il “Metropole” ha attraversato, nello scorso decennio, un periodo di decadimento che sembra oramai essere superato. Continua ad avere l’aria della casa di un anziano collezionista e viaggiatore (esposte nelle vetrinette di fronte al bar a piano terra troverete collezioni di portasigarette, di crocefissi, ed altre particolarità), e dopotutto è esattamente ciò che ti aspetteresti di trovare in una città come Venezia, così antica, punto di partenza e di arrivo, luogo di ritorni come di addii. Solo che ora la casa sembra curata e ben tenuta da una servitù attenta e scrupolosa.

Subito all’ingresso trova giusta collocazione, dicevamo, il MET di Corrado Fasolato. Si tratta di un ristorante piccolissimo, quasi minuscolo, con le finestre che si affacciano sul Canal Grande, nella parte dove si allarga innanzi alla Giudecca (siamo ad un paio di ponti da Piazza San Marco, in direzione dell’Arsenale). In sala la gentilissima moglie dello chef, una donna piccolina, con la “giacca” a coda, arrotondata alla punta. Un suonatore di pianoforte in cerca perenne del suo sgabello, che si avvicina ai tavoli ed un po’ ti dice un po’ sembra che chieda aiuto per ritrovare il suo scranno ed i suoi tasti perduti.

Il sommellier, che proviene anche lui dalla squadra della Siriola, accorre premuroso per offrirci un aperitivo e per illustrarci la carta dei vini (ben fatta, con cose anche non scontate, ricarichi che appaiono equilibrati ed un buon numero di etichette straniere messe lì con una logica). Quindi passa alla carta delle birre che contiene belle selezioni ed accurate spiegazioni (Lurisia, HY, Zago; doppio malto, champenoise, fermentazione naturale in bottiglia, ed altre scelte più correnti, ma tutte abbondantemente spiegate ed annotate). A questo aggiungete la carta delle acque con notizie e particolari sulle diverse acque che danno un tono meno casuale alla vostra scelta.
Venendo al cibo:

Calamari spillo al nero di seppia con asparagi e gelato all’uvetta (nero in gelatina e finferli).
La gelatina è un concentrato di mare, si materializza al palato l’odore. Calamaretti gustosissimi trattati con cortesia. Il gelato all’uvetta che ti riapre la bocca piena del sapore intenso del mare e te la raffredda per permetterti un altro tuffo, come se fosse il primo. Contributo nitido dato dalla consistenza carnosa dei funghi.
Caipirina con scampi e spuma di avocado (gelatina di caipirina, yogurth, tartare di scampi, spuma di avocado).
Divertissment. La gelatina di caipirina acida ed a tratti amara che passa attraverso lo yogurth, incontra la carne del gambero in un crescendo di consistenze. In progressione dall’acido verso la sapidità, e dalla acidità “acuminata”  alla sapidità “grassa” e rotonda del gambero, posandosi infine sulla spuma di avocado, leggera, anche un po’ anodina.

Il filetto di triglia a mo’ di sandwich ripieno di pomodori, con frullato di cocco profumato al lemongrass e menta.
Piatto deciso e suadente, avvolgente e ritmato. Il cocco aromatizzato e leggero, quasi spumoso, avvolge la triglia con cura ed attenzione materna. Non sopraffà, protegge e, laddove lascia scoperto, evidenzia. Il pomodoro nel mezzo che alza la voce con la sua acidità, l’attenzione sembra distogliersi per ritornare con il boccone successivo. …Un’onda, lenta ed annoiata che bagna le tue papille con “noia” studiata. Emozionante, no! Struggente.

Zuppa di vongole albicocche (passatina di albicocche, vongole e spuma al limone su sfoglia di pane bianco).
Ancora divertissment. Così su due piedi mi viene da dire che le consistenze non sostengono l’idea, che pure c’è. Sembra mancare il tessuto adeguato, c’è un ritmo cercato è parzialmente trovato: passata, vongola, sfoglia di pane croccante, spuma leggerissima di limone (una evocazione ancor più di un ricordo), ma sembra che la passatina di albicocche, la sua consistenza, sia mancata all’appello. Attesa, si è presentata con abiti dimessi, non adeguati, la si è riconosciuta ma…

Sfoglia croccante con spuma di parmigiano e salsa di caffè.
La sfoglia croccante di farina di segale, bellissima consistenza, polvere di caffè ed il suo aroma che in bocca accompagna l’acidità cercata. La spuma di parmigiano è forte nel gusto, intensa (troppo) la salsa al caffè richiude con l’acidità della polvere. C’è una strada fatta di consistenze e sapori e del loro ritmo, ma non si vede dove porti. Anche in questo caso un divertissment, un gioco. Stà nel testo del menù come una citazione, ma la nota che indica cosa abbiam citato è vuota.

Le piacevoli sensazioni di rum e tabacco (creme brulè al ginepro, gelatina al rum, crema di cioccolato e pepe e spuma al tabacco dolca da pipa).
Buono. I gusti sono ben definiti (forse il pepe “suona” molto da lontano). Tuttavia affollato, almeno uno degli strati del bicchiere è di troppo. Tutti è quattro sono ben equilibrati, ben eseguiti, ma tutti assieme non convivono, si calpestano. Un sapore di meno, un gusto in meno…e sarebbe tutta un’altra cosa.

Abbiam bevuto, e ci è piaciuto molto, Sauvignon Maciete fumè 2004 Gini, e Gewurtztraminer 2003 di Weinbach. Per ultimo, ma non ultimo, i pani sono ovviamente fatti in casa (brioche al nero di seppia, pane al lardo, pane casareccio, pane alla zucca, cracker di farro seccato alla piastra, alla farina di cicerchie, e grissini aromatizzati in vario modo), ma serviti una sola volta durante tutto il pasto.

MET – Hotel Metropole
30122 Venezia
Riva degli Schiavoni 4149
Tel.: +39.041.52.40.034
met@hotelmetropole.com

Ci si arriva dopo aver risalito la scogliera dal porto di Capri, magari, come è capitato a noi, in giornate di splendido sole, inebriati dal panorama (che forse non mozza il fiato ma un po’ te lo accorcia di sicuro) ed infastiditi dalla torma di “necessari e benedetti” turisti che affollano ogni spazio.
Il taxi ti lascia in piazzetta in mezzo alle bancarelle di souvenir, ai tavolini affollati di gente d’altrove che mangia le cose più incredibili e che ancora più incredibilmente ne ha l’aria soddisfatta. Ti infili fra faraglioni in miniatura, pulmini turistici formato caprese, gruppi di bipedi a stazione eretta che pendono dalle labbra della guida nostrana di turno che li arringa in un inglese fantasmagorico, li seduce descrivendo le portate del menu turistico a cui hanno diritto in uno spagnolo improbabile, e sbuchi sulla scalinata che esce dalla piazza. Ti trovi dinnanzi ad una elegante boutique di abiti griffati affollata di persone che, a veder l’abbigliamento indossato, sono certamente lì per disperata necessità e non perché in preda ad un attacco di shopping compulsivo. E sulla sinistra si apre una fuga, un porticato silenzioso, una fessura spazio-temporale. E ti ci infili, anche se non fossi già diretto lì, ti ci infili, come emergi dall’acqua l’istante prima che ti manchi il respiro.

Il Capri Palace ha riaperto da pochi anni, dopo un attento restauro (e restyling?). E’ un albergo difforme, nel senso che non è esattamente l’albergo di lusso che ti aspetti da queste parti e soprattutto a due passi da una delle piazzette famigerate dell’isola. E’ certamente elegante, ricercatamente “glam”, abbastanza moderno e già sufficientemente datato, da avere un fascino che si crea con il posarsi del tempo sulle cose, gli ambienti, le persone… nonostante il recentissimo rifacimento. E’ cosmopolita, potrebbe ben trovarsi altrove, ma anche caratteristico, volutamente minimalista ma concettualmente “barocco” per il susseguirsi di opere d’arte ed installazioni, padrone dello spazio e frequentatrici degli ambienti almeno quanto i fortunati clienti.
Sulla terrazza della piscina, non la più bella dell’albergo, c’è la sala ed il dehor dell’Olivo, dove si esibisce la brigata al comando di Oliver Glowig, “tetesco di Cermania”, con moglie e figlie italiane di Capri, un passato un po’ nomade ed un po’ emigrante, con una vocazione per la cucina italiana di cui è interprete amabile e convincente.
Abbiamo avuto la sorte, e non potremmo che definirla benigna, di pranzare al suo desco due volte consecutive nell’arco di un paio di settimane e quindi di percorrere in lungo e largo il menù del momento. E quindi, per farla breve:

Gamberi rossi crudi con burrata, caviale e insalatina di asparagi alle mele verdi.

I gamberi sono freschissimi, la burrata dolce e dolcemente scivola via il piatto, il caviale giusto nel contrappunto. Forse una punta di acidità mancava nella burrata per sortirne un effetto più ritmico al palato. Le mele assenti, decorative probabilmente, carinissime tagliate in parti così minute da essere… ininfluenti.

Fegato grasso d’oca al naturale al cioccolato affumicato e confettura di limone alla fava tonka.

Il fegato è di straordinaria qualità, percorre il palato con la sontuosità di un torcione pur essendo al naturale e crudo. Il gusto è lungo ed il cioccolato, con cui è “lardellato”, conferisce uno straordinario “eccesso” di sapidità che sembra chiamare la confettura di limone… ed il soccorso prontamente arriva. Come tutte le esperienze che si muovono sul baratro e non precipitano, si ricorderà a lungo.

Spaghetti con crema di fagioli borlotti, acciughe, olive e capperi.

Buona sia l’idea che l’esecuzione. Il piatto è evocativo, con i capperi, le olive e le acciughe rimanda ad un meridione atavico e prepotente. Forse il tutto un po’ troppo saporito,  ma del resto… che meridione sarebbe altrimenti?

Penne candela con ragù di bufalo, cipolle rosse e pecorino di fossa.

Il piatto è sontuoso, una genovese sotto mentite spoglie. Saporito, forte, uno spasso. Campano nell’anima, ancor più per l’uso del bufalo. Buono  l’accostamento con il pecorino di fossa che non si sovrappone e non va in risonanza su piatto già animato da sapori forti.

Paccheri di Gragnano ripieni alla zuppa forte.

Un trionfo di “napoletanità”. Il soffritto è quasi perfetto, nulla del “peso” che ti aspetti da un piatto del genere ma tutto, intatto, il sapore.

Pollo di bresse.

In due servizi. Semplice, assoluto, memorabile pollo.

Triglia con patate spezzate a mano, midollo gratinato, emulsione di cassis ed aglianico, fichi caramellati.

Elegante e complesso. Buonissimo il filetto di triglia, il midollo grassa la  triglia in maniera palatalmente straordinaria, le patate puliscono e preparano al boccone successivo. L’emulsione ed i fichi sono quasi romantici

Banana caramellata con gelato al rhum invecchiato e zucchero moscovado.

Dolce suadente. Voluto o meno che sia, la memoria va ad altre isole, banana, rhum invecchiato, zucchero scuro, mi giro… niente calypso, eppure ero certo di aver sentito…
Poteva finire meglio?

L’OLIVO
Capri palace Hotel & SPA
80071 Anacapri, isola di Capri
Via Capodimonte 2b
Tel.: +39 081 978 0111
www.capri-palace.com

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